MAFIA: AUTISTA CHINNICI,I0 DI SERIE B COLPEVOLE DI ESSERE VIVO
(AGI) – Palermo, 28 lug. – “Non ho nessuna colpa se mi sono salvato, non l’ho deciso io, il destino ha voluto cosi’. Ed e’ da 24 anni che mi porto dietro il rimorso di essere sopravvissuto. Oggi pero’ lo Stato, quello Stato per cui rischiai di morire, si oppone nelle cause contro di me, l’Avvocatura chiede di pagarmi un risarcimento il piu’ basso possibile, vengo trattato con freddezza e addirittura ignorato nelle manifestazioni ufficiali”. Sono le amare parole di Giovanni Paparcuri, 51 anni, l’unico superstite della strage Chinnici, il primo attentato in stile “libanese” realizzato a Palermo e in Italia: i morti, quel tragico 29 luglio del 1983, furono quattro e solo per un miracolo la carneficina non fu ancora piu’ ampia. I feriti furono decine. Alle otto e 10 di quel venerdi’ di 24 anni fa il tritolo mafioso devasto’ i corpi del consigliere istruttore Rocco Chinnici, del maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile di via Pipitone Federico in cui il magistrato abitava, Stefano Li Sacchi. Paparcuri era alla guida dell’Alfetta blindata su cui sarebbe dovuto salire il giudice Chinnici; i due carabinieri erano la scorta, Li Sacchi lavorava in portineria. A distanza di quasi un quarto di secolo, Paparcuri racconta i motivi di quella amarezza: l’eterna ingratitudine di alcuni pezzi delle istituzioni, il suo lungo declassamento lavorativo, il non essere mai stato invitato ne’ ringraziato ufficialmente, in una delle tante cerimonie commemorative, per quello che fece e che continua a fare per lo Stato: l’ex autista, dopo essere miracolosamente scampato all’attentato di via Pipitone Federico, fu infatti la “memoria storico-informatica” del maxiprocesso e lavoro’ alle dipendenze di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che di lui si fidavano ciecamente, e del successore di Chinnici, Antonino Caponetto. “Da loro – racconta Paparcuri – ebbi un magnifico regalo: vennero al mio matrimonio. Falcone mi ripeteva sempre, di fronte a tutti i sacrifici che facevo, ‘U Signuri ciu’ paga, Paparcuri’, il Signore mi doveva ricompensare. E questo a me bastava, da parte di quegli uomini eccezionali”. Anche dopo il maxi l’ex autista, poi declassato commesso e finalmente riportato al suo livello lavorativo, insignito solo con una medaglia d’argento (“come se ci fossero vittime della mafia di serie A e di serie B”) ha continuato a lavorare archiviando e tenendo tutte le dichiarazioni dei pentiti: un incarico di fiducia, che gli viene accordato in virtu’ del suo legame indissolubile con lo Stato. L’ultima amarezza, l’opposizione dell’Avvocatura dello Stato nelle cause civili che lo riguardano, il distacco e la freddezza manifestato dai legali dello Stato, ma anche da coloro che le istituzioni rappresentano e che mai hanno ricordato che, per fare il proprio lavoro, quell’oscuro autista vide la propria vita irrimediabilmente segnata. (AGI)
Cli/Mrg (Segue)